Internet, la pace, l’aeroplano
Pubblicato da Piero Babudro | Tema: News | il 01-12-2009
Tag:Beppe Grillo, blog, Cuba, Falun Gong, Fidel Castro, Internet for peace, Italia, Nobel per la pace 2010, Obama, Rete, Satio, Teheran, Wired, Yoani Sanchez
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“Sarebbe come dare il Nobel all’aeroplano perché permette scambi culturali prima impensabili.” Nella sua ironia, questa frase riassume perfettamente le mie sensazioni di fronte alla proposta del mensile Wired di candidare Internet al Premio Nobel per la Pace 2010 . E’ stata estratta da un più ampio e ragionato commento, pubblicato in calce al post che pochi giorni fa ho scritto per il mio blog su questo argomento.
Tema su cui conviene tornare, passata l’emozione della cronaca, per approfondire il concetto. Sono assolutamente convinto che Internet sia uno stupendo strumento sociale (prima ancora che tecnologico). Se utilizzata correttamente, può portare a una migliore circolazione delle informazioni e, di conseguenza, a un allargamento della platea coinvolta in determinati processi decisionali. Ne è una prova l’utilizzo del web come piattaforma comunicativa che ha portato al successo elettorale il presidente americano Obama, sorretto (anche economicamente) da una moltitudine di soggetti prima esclusi da quella sfera di azioni, atteggiamenti e sentimenti normalmente associata al concetto di ‘opinione pubblica’.
Sono inoltre convinto che un uso corretto della Rete permetta di abbattere barriere culturali e politiche, risvegliando la coscienza civile di intere nazioni. C’è chi in Italia, ad esempio, la pone come unico baluardo di resistenza culturale a un potere catodico prima ancora che politico, opinione confortata dal fatto che l’unico fenomeno politico-comunicativo degno di nota degli ultimi anni è stato il blog di Beppe Grillo . Se si volge lo sguardo all’estero, dove i problemi paiono essere più seri, ci accorgiamo che la tripla W è stata la voce della società civile di Teheran; ci ha aggiornato in tempo reale sui disastri di Mumbai o della metropolitana di Londra. Forse conosceremmo Cuba in modo molto più parziale e incompleto se non ci fossero la coraggiosa Yoani Sanchez e gli altri blogger anticastristi, ‘colpevoli’ di rubare il mestiere ai loro colleghi asserviti della carta stampata isolana e di porre domande scomode al regime che fu di Fidel. E forse, se non ci fossero gli attivisti della Rete e i cyber-dissidenti, del Falun Gong o di ciò che accade ai monaci buddisti in Tibet come in Birmania sapremmo solo quello che ci riportano le veline dei regimi o i dispacci dei pochi giornalisti freelance e inviati speciali ancora in grado di ‘bucare’ la cortina di silenzio delle dittature.
Detto questo, non trovo alcun legame tra queste persone e l’iniziativa di candidare Internet a una così importante onorificenza.
Casomai, ho ipotizzato io, sono la Sanchez, i rivoltosi di Teheran – o chi, in Cina come nei paesi arabi, vive e muore da uomo intellettualmente libero – a meritarsi il Nobel. Chi, insomma, usa Internet con atteggiamento e volontà di pace.
Ad ogni modo non spetta a me decidere. Fortunatamente. Vedo che la Rete italiana ha accolto con entusiasmo la proposta. Questo a livello di grandi numeri, poi ovviamente non mancano le voci che dissentono da questo pensiero comune che esalta il mezzo al di là di ogni ragionevole dubbio, e apertamente (quasi come se il loro fosse un gesto liberatorio) parlano di ’boutade markettara’ o di mossa comunicativa furbetta buona per far parlare di sé e regalare qualche attimo di visibilità ai promotori. Per chi volesse approfondire segnalo un interessante post su DieZeitgeist.it, che ricostruisce in modo completo il dibattito di queste ultime ore .

“Se potessimo avere tutti lo smartphone Satio con fotocamera da 12 megapixel, avremmo tutti una potentissima arma di pace in più”, recita una pubblicità di Sony Ericsson in apertura dell’ultimo numero di Wired. Un’affermazione che molti potrebbero giudicare delirante, se non fosse incastonata ad arte nella campagna Internet for Peace . Questo per dire che, al momento, gli unici benefici concreti portati dalla campagna si misurano in termini di advertising, notoriamente un toccasana per le controversie nazionali, la stabilità politica e il mantenimento della pace nel mondo.
Dietro all’operazione Internet for Peace ci sono fini economici e di marketing, se è vero che tra i partner dell’iniziativa troviamo aziende le cui politiche relative a Internet sono tutt’altro che liberali. C’è chi alimenta un web fatto di walled garden e di fatto nega una libera navigazione agli utenti, chi rallenta o inibisce il VoIp di Skype sui propri telefonini, chi rallenta il P2P, chi ostacola l’adozione di software libero e gratuito, chi alla libera circolazione delle idee preferisce la trincea del copyright senza se e senza ma. Chi è stato citato più volte presso Corecom e Agcom per le proprie politiche scorrette nei confronti della clientela.
Sono politiche di pace queste? Difficile crederlo. La Pace è un concetto collegato all’interesse della collettività mentre, ogni volta che si limita l’utilizzo della Rete o di altri canali di comunicazione, a essere tutelati sono in primis gli interessi delle aziende e dei grandi capitali.
Veniamo alle caratteristiche del gesto. Mi chiedo come mai, in un paese come il nostro, non certo il primo della classe quanto a libertà di espressione e tutela del diritto all’accesso alle informazioni, i promotori non abbiano pensato a iniziative meno roboanti di un teorico Nobel ma di sicuro più concrete. Ad esempio? Chiedere al corpo politico un impegno serio in termini di riduzione del digital divide; oppure proporre un patto tra le aziende del settore e la conseguente sottoscrizione di un codice di condotta che le obblighi a comportarsi in modo corretto, a tutela della libertà di navigazione e del diritto del cittadino di usare Internet per il proprio accrescimento personale, culturale e intellettuale. Dopotutto, se le multinazionali di Internet non avessero collaborato in modo assiduo con le autorità di Pechino, fornendo loro tutto il supporto tecnologico e il know-how necessario, la censura comunista avrebbe avuto molta più difficoltà a stanare, incarcerare e far sparire decine di blogger dissidenti.
Ecco, mi sarebbe piaciuto vedere i promotori impegnati in qualcosa di veramente nuovo: diventare essi stessi strumenti di Pace, promuovendo tutte le condizioni che sfruttano le potenzialità di Internet come vettore di cultura, scambio, condivisione. Peraltro parole che istintivamente sono portato a considerare sinonimi di Pace e Tolleranza.
Invece, davanti agli occhi mi pare di avere l’ennesima vetrina mediatica, con tanto di comitato di quartiere impegnato a guadagnarsi qualche scampolo di visibilità. Una lotta all’ultimo consumatore (o lettore) che oggi non rinuncia a nulla, a partire dalla mancanza di stile. Tanto vale, a questo punto, dare il Nobel all’aeroplano.
Piero Babudro – lavora tra Milano e Bologna, occupandosi di consulenza, management e formazione nel campo dei nuovi media e del 2.0. Collabora a diverse testate e magazine nazionali, scrivendo di web e scenari digitali. Cura il blog www.segnalezero.com.
sarebbe come dare il nobel all’aeroplano – d’accordo, il sarcasmo è irresistibile, ma al di là di esso vale la pena ricordare che le tratte aeree non sono partecipative, e internet sì. è solo un mezzo, questo, ma davvero peculiare, che non avrebbe senso e peso se non lo costruisse ognuno di noi: premiarlo dal mio punto di vista è un modo per riconoscere tutti – la società civile iraniana, cinese, cubana, o qualunque altra – senza fare scelte e classifiche. se poi per qualcuno è marketing, pazienza. mi illudo?
ciao paola, secondo me non ti illudi: a internet va riconosciuto il merito di essere un patrimonio dell’umanità, su questo sono assolutamente d’accordo.
va ‘premiata’, quindi, in senso lato, magari con politiche internazionali che ne garantiscano un accesso trasparente ecc. ma non va premiata come ci propongono oggi. non con questo tipo di iniziative ammiccanti. tutto qui
quanto al sarcasmo, anche internet può non essere un mezzo partecipativo: o meglio, può essere usata per scopi che con la pace non hanno niente a che vedere. è un mezzo neutro, come l’aeroplano dell’esempio. il valore non è intrinseco, ma di chi la usa per promuovere la pace. ecco perchè preferirei mille volte che il nobel lo vincesse la sanchez o qualche blogger-dissidente.