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Riflessioni sui risultati dell’Osservatorio Turismo On Line 2009

Ieri mattina, a Milano, sono stati presentati i risultati dell’Osservatorio Turismo On Line 2009/10. La documentazione del convegno è scaricabile da questo link. I primi commenti e sintesi della ricerca  è possibile trovarli già pubblicati on line in altri blog… Dai temi trattati mi...

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Il prezzo del successo

Pubblicato da Flavio Ghiringhelli | Tema: News | il 17-02-2010

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Come noto, in America e nel Nord Europa le agenzie di viaggio usano applicare ad ogni servizio erogato ai propri clienti una fee. Questa rappresenta la valorizzazione dell’attività svolta dal professionista dei viaggi. Il valore della fee è spesso parametrato sulla tipologia del servizio richiesto (semplice o complesso), sulla destinazione (nazionale o internazionale) e sul tempo che il professionista deve dedicare al proprio cliente.
Essendo  professionisti in competizione fra loro, quindi con la necessità di dimostrare il proprio valore aggiunto e al contempo privi  di “cordoni ombelicali” di sopravvivenza  con i fornitori, normalmente applicano fee che vanno da un minimo di 20/30 $ o  £ ad un massimo di 60/70 $ o £.
È chiaro che un modello di business contenente questi presupposti, una volta assodato che i professionisti sono seri e preparati, permette di sganciarsi completamente dalla dipendenza dei fornitori e di considerare gli eventuali accordi con loro come dei bonus on-top rispetto al loro budget.
In Italia le agenzie di viaggio applicano normalmente fee che mediamente si attestano tra i 3-5 € per arrivare in alcuni casi a 15-20 € quando si offrono prodotti low-cost.
Perché le agenzie di viaggio non riescono ad applicare fee più elevate? È forse a causa della nostra cultura assistenzialista che la dipendenza dai fornitori è ancora così elevata?
Sicuramente il tessuto industriale italiano, che si riflette perfettamente nel mondo delle Agenzie di viaggio, non aiuta: una piccola o media agenzia che volesse applicare le giuste fee a riconoscimento del proprio valore aggiunto, dovrebbe fare i conti con altre agenzie, magari più grandi, che applicherebbero fee più basse vanificando lo sforzo per migliorarsi.
Forse, considerando anche quanto viene richiesto a gran voce negli ultimi mesi, ovvero delle sovvenzioni/supporti statali che garantiscano la sopravvivenza degli operatori di un settore industriale importante per la bilancia dei pagamenti nazionale, un progetto svolto dalle più importanti associazioni di categoria (FIAVET, AssoTravel, Federviaggio e ASTOI) che avesse come obiettivo quello di far comprendere a tutto il mercato Trade che vi è la possibilità di auto sostenersi grazie ad investimenti fatti sulla  propria professionalità, porterebbe a migliorare la precaria situazione nella quale versano molte agenzie di viaggio.

Come noto, in America e nel Nord Europa le agenzie di viaggio usano applicare ad ogni servizio erogato ai propri clienti una fee. Questa rappresenta la valorizzazione dell’attività svolta dal professionista dei viaggi. Il valore della fee è spesso parametrato sulla tipologia del servizio richiesto (semplice o complesso), sulla destinazione (nazionale o internazionale) e sul tempo che il professionista deve dedicare al proprio cliente. Essendo  professionisti in competizione fra loro, quindi con la necessità di dimostrare il proprio valore aggiunto e al contempo privi  di “cordoni ombelicali” di sopravvivenza  con i fornitori, normalmente applicano fee che vanno da un minimo di 20/30 $ o  £ ad un massimo di 60/70 $ o £.

È chiaro che un modello di business contenente questi presupposti, una volta assodato che i professionisti sono seri e preparati, permette di sganciarsi completamente dalla dipendenza dei fornitori e di considerare gli eventuali accordi con loro come dei bonus on-top rispetto al loro budget. In Italia le agenzie di viaggio applicano normalmente fee che mediamente si attestano tra i 3-5 € per arrivare in alcuni casi a 15-20 € quando si offrono prodotti low-cost.

Perché le agenzie di viaggio non riescono ad applicare fee più elevate? È forse a causa della nostra cultura assistenzialista che la dipendenza dai fornitori è ancora così elevata?

Sicuramente il tessuto industriale italiano, che si riflette perfettamente nel mondo delle Agenzie di viaggio, non aiuta: una piccola o media agenzia che volesse applicare le giuste fee a riconoscimento del proprio valore aggiunto, dovrebbe fare i conti con altre agenzie, magari più grandi, che applicherebbero fee più basse vanificando lo sforzo per migliorarsi. Forse, considerando anche quanto viene richiesto a gran voce negli ultimi mesi, ovvero delle sovvenzioni/supporti statali che garantiscano la sopravvivenza degli operatori di un settore industriale importante per la bilancia dei pagamenti nazionale, un progetto svolto dalle più importanti associazioni di categoria (FIAVET, AssoTravel, Federviaggio e ASTOI) che avesse come obiettivo quello di far comprendere a tutto il mercato Trade che vi è la possibilità di auto sostenersi grazie ad investimenti fatti sulla  propria professionalità, porterebbe a migliorare la precaria situazione nella quale versano molte agenzie di viaggio.

Concretezza per favore

Pubblicato da Flavio Ghiringhelli | Tema: News | il 19-01-2010

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L’Enit prevede un 2010 positivo e nel rendere note le stime per il comparto incoming precisa la linea strategica per l’anno appena iniziato: maggior consulenza, assistenza agli operatori, segmentazione dell’offerta e scouting.
Non è un segreto per gli addetti ai lavori: l’Enit è stato spesso criticato di incapacità nel valorizzare il made in Italy turistico. Le recenti esternazioni di Paolo Rubini mi portano quindi a pensare che si sia fatto tesoro delle critiche, valutando le azioni più consone al successo del prodotto Italia.
Non più solo attività di comunicazione e marketing nei paesi stranieri più sensibili alle attrazioni italiane, ma anche una consulenza integrata verso gli operatori “incoming”.
Un plauso alla volontà.

Ma di cosa si tratterà esattamente?… Ritengo infatti che ogni operatore dovrebbe sapere con chiarezza su cosa basare la costruzione della propria offerta turistica, oltre che su quale segmentazione di prodotto/clienti indirizzarsi.

Forse potrebbe esserci un effettivo aiuto nel puntare la promozione solo sui mercati ritenuti “key”, grazie alle maggiori disponibilità finanziarie utilizzate dall’Ente per analizzare e valorizzare le potenzialità dei mercati stranieri.

Tutto positivo, ma… percepisco ancora una mancanza di concretezza.

Chi erogherà questa consulenza? Cosa si devono effettivamente aspettare gli operatori da questa iniziativa?

Mi piacerebbe che una volta tanto si cominciasse ad essere trasparenti, definendo obiettivi da raggiungere (…e monitorare) e responsabilità chiare al fine di evitare di domandarsi successivamente come mai non abbia funzionato.

In questo modo, a mio avviso, un Ente importante come l’ Enit  raggiungerebbe, finalmente, il giusto ruolo all’interno della filiera turistica.

ps. E una maggior apertura ai tempi è da suggerire caldamente. Nell’epoca dello scambio libero e in tempo reale, dell’iinformazione dal basso e del consumatore protagonista, non è consigliabile una politica digital così rigida e… poco simpatica…

Internet, la pace, l’aeroplano

Pubblicato da Piero Babudro | Tema: News | il 01-12-2009

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“Sarebbe come dare il Nobel all’aeroplano perché permette scambi culturali prima impensabili.” Nella sua ironia, questa frase riassume perfettamente le mie sensazioni di fronte alla proposta del mensile Wired di candidare Internet al Premio Nobel per la Pace 2010 . E’ stata estratta da un più ampio e ragionato commento, pubblicato in calce al post  che pochi giorni fa ho scritto per il mio blog  su questo argomento.